La fine di Mogadiscio/ 2

Due mesi fa il vicepresidente americano, Joe Biden, è volato in Sudafrica per seguire la selezione americana ai Mondiali di calcio. Occasione buona per stringere mani, sorridere alle telecamere e fare un po’ di soft diplomacy con i vari capi di stato accorsi per l’evento; ma in quei giorni gli occhi erano così puntati sui campi di calcio e le orecchie così stordite dal suono delle vuvuzela che Biden ne ha approfittato per una ricognizione. Leggi La fine di Mogadiscio/ 1 - Leggi Il gruppo somalo di al Qaida fa strage di deputati a Mogadiscio
18 AGO 20
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Due mesi fa il vicepresidente americano, Joe Biden, è volato in Sudafrica per seguire la selezione americana ai Mondiali di calcio. Occasione buona per stringere mani, sorridere alle telecamere e fare un po’ di soft diplomacy con i vari capi di stato accorsi per l’evento; ma in quei giorni gli occhi erano così puntati sui campi di calcio e le orecchie così stordite dal suono delle vuvuzela che Biden ne ha approfittato per una ricognizione non solo formale della campagna d’Africa dell’Amministrazione Obama. L’aereo che portava Joe Biden a Johannesburg si è fermato prima in Egitto, dove l’ex senatore ha incontrato il presidente Hosni Mubarak e poi in Kenya, dove si è intrattenuto con il presidente Mwai Kibaki. Quel viaggio avrebbe dovuto farlo lo stesso Obama. Aveva già accettato l’invito ufficiale alla cerimonia inaugurale dei Mondiali, tutto era organizzato; poi lo zampillare del petrolio dalla piattaforma della Bp, il licenziamento del generale McChrystal, le turbolenze dell’economia e l’odinaria amministrazione presidenziale lo hanno costretto a rimanere fra Washington e il Golfo del Messico. Sfortunate coincidenze oppure un’astuzia della ragione che ha permesso al sornione Biden di occuparsi a luci spente del piano di Washington per la stabilizzazione dell’Africa.

Un progetto trasversale, a volte contraddittorio e con ampi tratti sotterranei che l’Amministrazione non ama pubblicizzare, e che ha come obiettivo primario il contenimento degli Shabaab, l’edizione somala di al Qaida, capaci – come hanno dimostrato con l’attentato di Kampala – di spargere terrore fuori dalle loro roccaforti. L’uomo delle trattative è Joe Biden, la cui patina da guascone della politica copre bene le raffinate mosse diplomatiche. L’ultimo trofeo, il più importante della campagna africana di Obama fin qui, è stata l’approvazione della nuova costituzione del Kenya, con il referendum popolare del 4 agosto. Il testo è il frutto di un fragile accordo fra il presidente Kibaki, il primo ministro Raila Odinga – gli sfidanti alla presidenza dell’inverno 2007, disputa elettorale finita in un bagno di sangue – e gli Stati Uniti. La Costituzione del Kenya è una merce di scambio: Washington offre ampie concessioni alle richieste degli islamici (il testo riconosce le corti islamiche su tutto il territorio nazionale e non soltanto sulla regione costiera) e dei laicisti (aborto ed eutanasia sono diventati di fatto legali); in cambio ottiene la stabilità del governo di coalizione e una collaborazione fattiva nel rendere impermeabile il confine nord del paese, attraverso il quale i guerriglieri somali si muovono liberamente.

Obama sa che uno scontro politico fra Kibaki e Odinga
farebbe esplodere rivolte nel paese nel giro di poche ore, e nessuno alla Casa Bianca vuole che questo succeda, perché il Kenya è l’ultimo rifugio “sicuro” dell’Africa orientale, lo snodo della diplomazia, il bastione contro la discesa di al Qaida dalla Somalia, il centro economico, l’unico luogo in cui il segretario di stato americano, Hillary Clinton, avrebbe potuto stringere la mano al presidente somalo Sharif Sheikh Ahmed, lo stesso che fino al 2007 guidava le corti islamiche in Somalia; sono i suoi ex alleati che ora lo combattono sotto le insegne jihadiste di al Shabaab.
Biden è riuscito a dare l’impressione che fossero gli Stati Uniti a porre le condizioni dell’accordo e in uno dei vari viaggi diplomatici a Nairobi è arrivato a esprimere il concetto in modo semplice: se votate la nuova costituzione l’America vi aiuterà, altrimenti i nostri rapporti possono finire qui. “I giorni migliori stanno arrivando”, diceva con motto orgogliosamente ripreso dall’ambasciatore del Kenya a Washington, Elkanah Odembo, una volta contate le schede del referendum. L’essenza della campagna di Obama in Africa è venire a patti con i governi “amici” per contenere le pressioni dei terroristi di al Shabaab, che vincendo la battaglia di Mogadiscio stanno facendo capire al mondo di essere pronti per fare il salto di qualità.

Obama non vuole un coinvolgimento diretto in Somalia
. Il dipartimento di stato nega la presenza americana sul territorio, anche se a marzo il capo dell’esercito somalo, il generale Mohamed Gelle Kahiye, ha detto che le strategie belliche contro gli Shabaab sono discusse direttamente con i consiglieri di Africom, la sezione del Pentagono che si occupa di tutta l’Africa ad eccezione dell’Egitto. “Gli americani ci stanno aiutando”, aveva detto al New York Times nel momento in cui l’esercito somalo, le forze Amisom e una mano invisibile americana stavano preparando la grande offensiva per riprendersi Mogadiscio. Missione che sta fallendo clamorosamente. L’America ha mandato in segreto uomini per l’addestramento delle forze somale, ha bloccato i finanziamenti di al Shabaab all’estero, ha organizzato sortite con le squadre speciali, ha cercato di interrompere le relazioni pericolose sul Golfo di Aden e ha armato l’esercito ufficiale che si aggira per il non-stato del Corno d’Africa. I foraggiamenti di Washington non solo non hanno fermato le massicce dosi di violenza quotidiana, ma molte delle armi destinate alla stabilizzazione sono finite nelle mani di Shabaab. In pochi mesi sono entrate in Somalia quaranta tonnellate di armi per l’esercito, che è talmente corrotto, impaurito, povero e impreparato che subito ha capito qual era la mossa più conveniente da fare: vendere le armi al nemico.

Sono anche i risultati tragici sul campo a convincere Obama e i suoi che l’unica strategia possibile è il contenimento. Gli Shabaab sono penetrati in Kenya, hanno costruito roccaforti invisibili nella parte settentrionale, si sono insediati in gran parte con metodi legali – comprano proprietà, commerciano, fanno affari – e alla prima occasione hanno mandato un segnale all’Uganda, paese non confinante con la Somalia e per questo contributore del contingente Amisom. Quella di Shabaab è una minaccia strisciante che cerca di espandersi verso sud e uno degli obiettivi dell’America è impedire che le infiltrazioni intacchino il Sudan, il gigante stremato dalle violenze e dall’instabilità politica che a gennaio voterà un referendum per un’eventuale scissione fra il nord e il sud del paese. A Washington sono molto preoccupati da un’eventuale divisione del paese, che potrebbe generare altre violenze e quindi minare gli equilibri artificiali dell’area. La Casa Bianca non può permettere che la vittoria di Shabaab a Mogadiscio sia la prima di una serie e d’altra parte l’anarchia diffusa nel Corno d’Africa non lascia margine per mettere le mani direttamente nel conflitto. Ci sono le incursioni, l’addestramento, il gioco dei finanziamenti; per il resto si fa cabotaggio diplomatico attorno al paese più pericoloso del mondo, quello dove due giornalisti freelance che vivono a Kandahar – la roccaforte dei talebani – hanno avuto paura. La campagna d’Africa di Obama è un gioco di contenimento in vecchio stile per sperare di non perdere quella che una volta si chiamava la guerra globale al terrore.